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COLLEGIO S. VITTORE - ROMA


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INFORMAZIONI STORICHE
L’edificio è costruito sui ruderi delle Terme di Traiano (alcuni resti si possono vedere nell’attuale cantina). Sembra che la casa e la chiesa chiamate di “S. Lucia” o della “Purificazione”, abbiano fatto parte del grande complesso di proprietà della canonica di S. Pietro in vincoli prima della soppressione del 1870. Tale complesso abbracciava, infatti, quasi tutta la zona dell’attuale parco del Colle Oppio e terreni adiacenti alla via delle Sette Sale. «Mario Ferro Orsini, Nobile Romano, eresse l’anno 1589 da fondamenti questa Chiesa ed il Monastero che dotò di sufficienti entrate per un determinato numero di Monache, seguaci della Regola di S. Chiara. Era prima la medesima una Badia privilegiata con il nome di S. Maria in Monastero, nella quale successero i Certosini, che poi la venderono al suddetto Mario. Benedetto XIII consacrò la Chiesa insieme coll’Altare maggiore l’anno 1726. il Monastero poi vien governato da una Congregazione di Deputati, fra quali deve esser sempre un Padre Barnabita di S. Carlo a Catinari ed ha per protettore un Cardinale» (Silvio Valenti, Descrizione di Roma antica e moderna, 1750). Il Collegio era allora anticamente la Chiesa della Purificazione: l’attuale facciata infatti conserva le linee classiche della Chiesa che le antiche stampe ci fanno ammirare. Inoltre presso il cancello d’ingresso dello stesso edificio di via delle Sette Sale 24, subito a sinistra, si può ancora vedere il piccolo “oratorio” ormai interrato che altro non è che ciò che resta di un’altra antica chiesa chiamata “Santa Maria in Monastero” che ebbe una storia e una rilevanza notevoli nel periodo medievale. «Sull’altura di S. Pietro in vincoli v’ha un piccolo oratorio abbandonato che forse per la sopraelevazione del suolo prodotta dalla caduta degli antichi edifizi che sorgevano sul colle, è diventato sotterraneo, e vi si discende per alcuni gradini da una porta che si apre in un terreno dei Canonici Regolari Lateranensi in Via delle Sette Sale. Questa cappella, come sembra, fu scoperta la prima volta sul principio del secolo XVIII. Il p. Angelo Paoli carmelitano, che morì nel 1720, fece votare la chiesina della terra che tutta la riempia, e gettarvi sopra una volta, ed aprirvi una finestra dalla quale si potessero vedere alcune pittura che erano state scoperte nella cappella. Sulla finestra fece scolpire in marmo “S. Maria in Monastero”. Il Marangoni che vide quei dipinti, notò come la parete al di sopra dell’unico altare della chiesina fosse tutta adorna di pitture con in mezzo l’immagine del Salvatore in atto di benedire fra la Vergine e San Paolo a destra e San Giovanni e San Pietro a sinistra. Egli giudicò queste pitture assai antiche, sebbene non anteriori al secolo XII. Sventuratamente l’abbandono nel quale, per molto tempo, la cappella fu lasciata, ha fatto deperire quei dipinti così che oggi non ne rimangono laceri avanzi, e sono ormai appena visibili le due figure a destra del Salvatore, al quale forse l’oratorio fu dedicato» (Pietro Fedeli, S. Maria in Monastero. Note e documenti, Società Romana di Storia Patria, 1906). Per riprendere poi il filo degli avvenimenti, dobbiamo risalire al 1870, quando lo Stato, nell’incameramento dei beni religiosi, sequestrò “l’orto di Santa Lucia” e la cosiddetta “Vigna di S. Pietro in vincoli”. Tuttavia la proprietà risultò essere intestata ai signori Luigi Galli, ingegnere residente a Roma, e a Giovanni Corradini, entrambi spedizionieri andati in fallimento. Sicché la Giunta liquidatrice dell’Asse Ecclesiastico non trovò di meglio che mettere all’asta la proprietà. I confratelli del tempo, oculatamente, ma spinti anche da sentimenti affettivi per una zona di nostra proprietà per secoli, parteciparono all’asta e vinsero la gara. Il motivo della compera era stato quello di costruirvi una abitazione per i Professi, i quali in quegli anni erano alloggiati in una abitazione in affitto ad Albano ma non c’erano denari sufficienti per un lavoro decente e completo, mentre erano possibili piccoli interventi che davano la possibilità di affittare immediatamente. E così fu fatto. L’idea del Professorio però non fu mai abbandonata; nel 1901 si decise di far avviare i lavori di adattamento, ma il progetto non fu approvato dalla Soprintendenza per ragioni archeologiche, permesso che verrà concesso a partire dal 1928. Il lavoro fu affidato all’Ing. Renato Palazzi e durò dal 1929 al 1933; fu elevato il secondo piano e furono ricavati il grande refettorio, la biblioteca, la cappella e le varie camere, ovvero quanto prevedibile per un seminario. Tuttavia i confratelli cedettero in affitto lo stabile per alcuni anni, fino al 1949, quando nacque l’attuale Collegio San Vittore. Il nome si rifà alla famosa abbazia di S. Vittore di Parigi, dove l’ideale canonicale: vita spirituale, liturgica e pastorale, ha avuto in rara sintesi, la sua realizzazione più perfetta. Nonostante dei tentativi di vendere la proprietà o di sottrarcela da parte della vicina Università di Ingegneria sul Colle Oppio, i Canonici Regolari, riuscirono sempre a conservare l’intera casa, che ancor oggi accoglie i Professi e alcuni sacerdoti diocesani o di altri ordini che desiderano, nel tempo degli studi, fare esperienza di vita comunitaria. Si tratta di un Collegio internazionale. Non da ultimo va ricordato che la presenza dell’abate Giuseppe Ricciotti e di don Angelo Penna, entrambi insigni studiosi, ha regalato un cero prestigio alla casa.